L’obbedienza non è più una virtù”

MODELLI & MODELLAMENTO

Il modellamento o modelling (concetto sviluppato nell’ambito della teoria dell’apprendimento sociale e introdotto da Bandura) si riferisce all’apprendimento di comportamenti derivato dall’osservazione di azioni messe in atto da altri, che fungono appunto da modello. È una modalità di apprendimento che riveste particolare interesse soprattutto in ambito sociale.

Più spesso i modelli sono rappresentati da quelle che risultano essere le persone più significative per l’individuo (o talvolta per il gruppo di appartenenza o, anche, per la società in generale) in un determinato contesto. Così il valore educativo di un contesto – sia off o on line – deriva dai modelli che è in grado di valorizzare o biasimare.

Gran parte dell’apprendimento è figlio dell’osservazione di modelli comportamentali. In questo senso assume notevole rilevanza il ruolo di tali modelli.

Ne consegue la fondamentale importanza non solo di quale modello ci proponiamo di essere nel contesto educativo in cui agiamo ma anche di quali modelli possiamo, vogliamo e sappiamo rendere salienti in esso.

È proprio attraverso il filtro del modellamento che l’insegnamento degli stessi saperi curricolari può diventare il tramite di un’educazione sociale, relazionale e affettiva pervasiva nell’agire la formazione scolastica, evitando di relegarla a sporadici interventi mirati, sviluppati in un esiguo numero di ore e spesso vissuti dai docenti come concorrenziali all’esecuzione della “lezione” e all’urgenza del “programma di apprendimento”. Non ultima, è da considerare l’opportunità di fornire strumenti per una lettura consapevole e critica del proprio tempo in cui le opinioni – quali che siano – sono “vere” cioè fondate sulla ricerca e acquisizione di informazioni.

La lettera di Don Lorenzo Milani ai cappellani militari esemplifica tale possibile commistione, racchiudendo in sé le potenzialità di stimolare il ragionamento congiuntamente: sui contenuti di apprendimento legati all’insegnamento della materia – nel caso specifico la storia – e sull’educazione sociale, tratteggiando nel contempo i valori del contesto di vita attraverso il modello enfatizzato.

Il testo riprende infatti quasi un secolo di storia letta attraverso i conflitti che si sono susseguiti, considerati non solo nel loro significato storico e geo-politico ma umano, quindi educativo (a partire dallo scontro tra il Regno di Sardegna e il Regno delle Due Sicilie e la battaglia del Garigliano; alla guerra austro-prussiana; alla presa di Roma; quindi i Moti di Milano; poi la guerra di Abissinia e d’Etiopia; attraverso la guerra di Libia fino alla prima guerra mondiale. L’ascesa del fascismo; il franchismo e, infine, la seconda guerra mondiale).

Mai estrapolare le parole dal contesto.

11 febbraio del 1965, Toscana. I cappellani militari in congedo, in occasione dell’anniversario della conciliazione fra Chiesa e Stato emanano un comunicato stampa, pubblicato su La Nazione, accusando i giovani italiani “obiettori di coscienza” di essere dei “vili”.

Nello stesso mese, Don Lorenzo Milani scrive una lettera aperta a quei cappellani militari, poi pubblicata dal settimanale “Rinascita”, intervenendo in difesa degli obiettori.

Il 16 marzo 1965 Don Milani viene denunciato – assieme a Luca Pavolini, allora direttore del periodico comunista – dalle Associazioni d’Arma di Firenze che ravvisano “in tale proditorio attacco”– i contenuti della lettera – “gli estremi inconfutabili dell’incitamento alla diserzione, di vilipendio alle FF. AA., e richiama si tali autentici reati la doverosa attenzione della competente Autorità Giudiziaria”.

Don Milani – nella sua lettera rivolta ai cappellani militari – chiede rispetto per chi, come gli obiettori, è pronto al carcere a tutela dell’ideale della non-violenza. Nel proprio scritto, nella dichiarata volontà di (NON) parlare di patria ne delinea con forza l’essenza.

( … ) Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni.

Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.

Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le giustificherete alla luce del Vangelo o della Costituzione. Ma rispettate anche voi le idee degli altri. Soprattutto se son uomini che per le loro idee pagano di persona.

Certo ammetterete che la parola Patria è stata usata male molte volte. Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori ben più alti di lei.

Non voglio in questa lettera riferirmi al Vangelo. È troppo facile dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò nemmeno la legittima difesa.

Mi riferirò piuttosto alla Costituzione.

Articolo 11 «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli…».

Articolo 52 «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino».

Misuriamo con questo metro le guerre cui è stato chiamato il popolo italiano in un secolo di storia.

Se vedremo che la storia del nostro esercito è tutta intessuta di offese alle Patrie degli altri dovrete chiarirci se in quei casi i soldati dovevano obbedire o obiettare quel che dettava la loro coscienza. E poi dovrete spiegarci chi difese più la Patria e l’onore della Patria: quelli che obiettarono o quelli che obbedendo resero odiosa la nostra Patria a tutto il mondo civile? Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico. Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni costo? E se l’ordine era il bombardamento dei civili, un’azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l’esecuzione sommaria dei partigiani, l’uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l’esecuzione d’ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni (scegliere a sorte qualche soldato della Patria e fucilarlo per incutere terrore negli altri soldati della Patria), una guerra di evidente aggressione, l’ordine d’un ufficiale ribelle al popolo sovrano, la repressione di manifestazioni popolari?

Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra. Quando ve ne sono capitate davanti agli occhi o avete mentito o avete taciuto. O volete farci credere che avete volta volta detto la verità in faccia ai vostri «superiori» sfidando la prigione o la morte?

Se siete ancora vivi e graduati è segno che non avete mai obiettato a nulla. Del resto ce ne avete dato la prova mostrando nel vostro comunicato di non avere la più elementare nozione del concetto di obiezione di coscienza.

Non potete non pronunciarvi sulla storia di ieri se volete essere, come dovete essere, le guide morali dei nostri soldati. Oltre a tutto la Patria, cioè noi, vi paghiamo o vi abbiamo pagato anche per questo. E se manteniamo a caro prezzo (1000 miliardi l’anno) l’esercito, è solo perché difenda colla Patria gli alti valori che questo concetto contiene: la sovranità popolare, la libertà, la giustizia.

E allora (esperienza della storia alla mano) urgeva più che educaste i nostri soldati all’obiezione che all’obbedienza.

L’obiezione in questi 100 anni di storia l’han conosciuta troppo poco.

L’obbedienza, per disgrazia loro e del mondo, l’han conosciuta anche troppo.

Scorriamo insieme la storia.

Volta volta ci direte da che parte era la Patria, da che parte bisognava sparare, quando occorreva obbedire e quando occorreva obiettare.

…CONTINUA A LEGGERE (Lettera ai Cappellani militari, testo integrale)

Quanto scritto porterà Don Milani ad essere sottoposto a processo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *