VALORIZZAZIONE Vs valutazione

La legge 517 del 1977 introdusse nella scuola l’uso delle schede di valutazione trimestrale.

Secondo Alberto Manzi “Il sistema dei voti o delle schede di valutazione erano in evidente contrasto con l’impianto pedagogico che (…) perseguiva, basato da una parte su una visione olistica del processo educativo, dall’altra sul soggetto stesso come “persona”, perciò non classificabile sulla base di giudizi tematicamente frammentati e oggettivi. Egli vedeva l’educazione come un processo lento, non necessariamente lineare, per cui solo alla fine di un ciclo lungo di lavoro scolastico è possibile elaborare per ogni alunno un profilo. Riteneva che le scadenze trimestrali (persino quelle annuali in certi casi) fossero assolutamente inutili per formulare giudizi attendibili soprattutto nel caso di bambini con forti difficoltà.” (R. Farnè. “Alberto Manzi. L’avventura di un maestro”, 2011).

Nell’agire con coerenza la propria responsabilità pedagogica Manzi rifiuta l’obbligo di classificazione degli alunni.

Il 7 giugno 1975 sostanzia di proprio pugno la posizione assunta.

Classe IV SEZ. A – INS. Alberto Manzi

Anno scolastico 1974/75

Motivi per i quali l’insegnante non usa classificare gli alunni.

Classificare dando una votazione o un giudizio di merito comparativo, a livello di scuola dell’obbligo, nel pieno sviluppo evolutivo, nel primo impatto e nel successivo adeguamento e nelle ricerche di strutture per una vita associata “migliore”, significa voler dimenticare che la scuola è tale solo se insegna a pensare, solo se aiuta a immettersi con libertà nella società.

Classificare significa impedire un armonioso sviluppo intellettivo, rispettoso dei tempi di crescita individuali; significa impedire un apprendimento cosciente, che nasce, cioè, da un continuo osservare, ragionare, discutere sulle cose; ricerca, questa che non è mai priva di errori, di incompletezze. Ora se si classifica, l’errore l’incompletezza suscita “terrore”, per cui si tende ad evitare la causa del terrore copiando, imparando a memoria definizioni fatte da altri ecc.

Classificare, pertanto, significa obbligare ad accettare definizioni stabilite, pertanto impedire il ragionamento, rendere tutti simili al modello prefisso, significa educare alla menzogna e alla falsità.

Classificare significa ancora educare alla divisione classista (bravi, più bravi, meno bravi, ecc.), significa selezionare, distruggere la personalità.

Classificare significa, purtroppo, distruggere il senso della comunità, dove ogni individuo deve imparare a vivere dando il meglio di se stesso non per lucro (ed anche il voto è lucro) ma nell’interesse della comunità stessa e per il piacere personale che deriva dalla scoperta e dalla conoscenza.

Per tutti questi motivi non ho mai classificato nessun alunno e nessun lavoro degli alunni; né intendo classificare ora le capacità acquisite durante un anno di lavoro.

Se è obbligatoria la classificazione, delego la segreteria della scuola a dare lo stesso voto ad ogni alunno e per ogni materia.

Roma, 7 giugno 1975 Ins. Alberto Manzi

A seguito di tale comunicazione l’allora Direttore Didattico, Alberto Fulvi, chiede contezza e rassicurazione che l’obbligo di classificazione sia ottemperato come richiesto. La risposta del Maestro non tarda.

Roma, 26 aprile 1976

Al direttore didattico

Dr. Alberto Fulvi

Scuola elementare Fratelli Bandiera

ROMA

Signor Direttore,

la risposta alla sua lettere del 14 aprile 1976, n. 740/B3, avente per oggetto “pagelle del 2° trimestre”, è ovvia: non darò, come sempre ho fatto, le pagelle. Consegnerò le pagelle soltanto alla fine dell’anno scolastico, perché così vuole il regolamento e perché solo in tale momento esse diventano atti d’ufficio.

Durante l’anno scolastico le pagelle, così come sono concepite e come debbono essere compilate, sono un insulto all’intelligenza umana, e pertanto un atto ineducativo per eccellenza, e’ mai possibile realizzare un atto ineducativo in una scuola che vuole educare? Sembra di sì , anche se le pagelle (con la relativa classificazione) distruggono il rapporto che intercorre fra insegnante e ragazzi, impediscono di realizzare ogni azione di recupero degli elementi disadattati e realizzano quel tipo di scuola distributrice di semplici informazioni che ogni educatore disapprova, dato che il compito fondamentale della scuola è aiutare la formazione degli individui (credo che sia scritto nei programmi ministeriali).

Ora, poiché anch’io, così, umilmente, ritengo che la scuola debba essere il luogo dove l’individuo viene educato a pensare, non posso accettare una classificazione che distrugge ciò che intendo realizzare. Per farmi meglio comprendere, dovrei risalire ad un certo signor Kant che afferma che il maestro non deve insegnare pensieri, ma deve insegnare a pensare. Se non sbaglio, questa affermazione è in uno di quei libretti scritti da questo signore, un qualcosa simile ad una critica di non so quale ragione.

Ma non voglio tediarla con cose che lei senz’altro sa, per cui mi limito a chiederle:

1° – La scuola tradizionale faceva immagazzinare conoscenze, allenava soltanto la memoria, ma trascurava di coltivare l’abitudine al ragionamento. È lei d’accordo che la scuola deve favorire le occasioni per porre gli alunni di fronte a problemi da risolvere per acuire il loro senso critico, per abituarli a riflettere, a giudicare obbiettivamente, sulla base di informazioni, i fatti e gli avvenimenti che accadono? (…)

Alberto Manzi

(Documento integrale_1976)

Alla conclusione del successivo anno scolastico, di fronte all’ancora una volta sollecitato obbligo formale di ottemperare alla valutazione degli alunni, Manzi rispose formalmente, “apponendo” giudizi dal contenuto tecnicamente ineccepibile.

Nell’intervista condotta dal prof. Farnè, di cui egli stesso riporta uno stralcio nel succitato testo, Manzi racconta la sua scelta: “( … ) L’anno successivo ero da capo con le schede; le dovevo fare e non le ho fatte, però mi feci fare un timbro che riportava questa scritta: “Fa quel che può. Quel che non può non fa”. Un giudizio estremamente preciso, scientificamente esatto; nessuno avrebbe potuto dire che non lo era. Fui denunciato alla Procura della Repubblica e il giudice mi disse: “Maestro, ma lei questi giudizi li scrive col timbro… così ci prende in giro!”. Allora l’anno successivo scrissi a mano ma sempre lo stesso giudizio (…)”.

Nel 1981 il caso assurse agli onori della cronaca. Alle azioni mosse dal Consiglio di Disciplina seguì la denuncia per omissione d’atti d’ufficio. Manzi fu sospeso dall’insegnamento, senza stipendio, per due mesi.

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